Dischi raffiguranti dei giovani satiri
mercoledì 19 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
giovedì 22 aprile 2010
Ipazia, la congiura dei mediocri
il Fatto 22.4.10
Ipazia, la congiura dei mediocri
In attesa di Agorà, ecco chi era la filosofa che diresse la scuola neoplatonica
Era ascoltata dal popolo e consultata dai potenti: per questo fu uccisa
di Giovanni Ghiselli
Sta per uscire Agorà, il film di Amenábar su Ipazia, una donna di grande levatura uccisa nel 415 d. C. da monaci fanatici detti parabalani, un’orda sanguinaria istigata al massacro dal vescovo Cirillo di Alessandria d’Egitto. Aspettando l’opera cinematografica, scopriamo chi era questa martire del pensiero. Utilizzerò fonti antiche: la Storia Ecclesiastica di Socrate Scolastico, le Epistole di Sinesio, un discepolo di Ipazia, neoplatonico e pure cristiano illuminato, che divenne vescovo di Tolemaide e morì poco prima di lei, rimpiangendone lo “spirito divinissimo”, poi un epigramma di Pallada, un maestro allontanato dalla scuola in quanto non cristiano, tutti contemporanei di Ipazia. Inoltre, la Vita di Isidoro di Damascio, ultimo scolarca dell’Accademia neoplatonica di Atene, fatta chiudere da Giustiniano nel 529. Gli autori sono concordi nel presentare Ipazia come intelligente, bella, generosa. All’inizio del V secolo Alessandria era un centro commerciale e culturale tra i più importanti dell’impero romano d’Oriente e pure una città turbolenta per la presenza di tre gruppi religiosi che si facevano guerra: ebrei, cristiani e pagani. Ma vediamo i testi a partire dall’epigramma di Pallada: “Quando ti osservo, mi prostro davanti a te e alle tue parole,/vedendo la casa astrale della vergine,/infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto/Ipazia sacra, bellezza delle parole,/astro incontaminato della cultura”. Ipazia nacque intorno al 370. Suo padre Teone le insegnò le scienze matematiche. La discepola divenne presto più brava del maestro. Diresse la scuola neoplatonica. Era ascoltata dal popolo e consultata dai potenti per la magnifica libertà di parola, per il fatto che era dialettica nei suoi discorsi e per le sue competenze matematiche, geometriche, astronomiche e filosofiche. Per tali motivi suscitò invidia, l’anima della congiura dei mediocri contro l’individuo eccezionale. La mente del complotto era Cirillo: la venerazione e il prestigio che pretendeva come capo della religione vincente, andavano a una pagana, a una femmina! Il rancore divenne pernicioso, per Ipazia, quando l’iniquo prelato vide una ressa di uomini davanti alla casa di lei. Motivi sessuali non c’erano: Damascio racconta che la donna era vergine, sebbene facesse innamorare molti, e, addirittura, a un uomo malato d’amore, “gettò una delle pezze usate per il mestruo e gli disse: questo tu ami, giovane, niente di bello”. Cirillo “si rodeva a tal punto che tramò la sua uccisione, fra tutte la più empia”. Si può dire di Ipazia quanto P. B. Shelley scrisse dell'eroina di Sofocle: “Che sublime ritratto di donna! Alcuni fra noi, in una precedente esistenza, si sono innamorati di un'Antigone: ecco perché non troveranno mai completa soddisfazione in un legame mortale!”.
Ma torniamo ad Alessandria. Negli anni precedenti l’imperatore Teodosio “il Grande” aveva fatto distruggere gli edifici ellenici del culto e della cultura, e aveva promosso una serie di provvedimenti giuridici avversi al paganesimo. Teofilo, vescovo della città dal 385 al 412, un uomo violento, aveva eseguito con sadica sollecitudine, e Cirillo ne fu il degno erede e prosecutore, fino alla morte (444). Quindi venne proclamato Santo e Padre della Chiesa. Costui detestava Ipazia che parlava nell’agorá, liberamente, culturalmente e politicamente. Il suo magistero rappresentava una resistenza alla volontà di cancellare il pensiero e l’arte dei Greci. Il vescovo non sopportava che Ipazia fosse la stella polare per tanti, a partire dal prefetto augustale Oreste, odiato anche lui dalla gerarchia ecclesiastica al punto che uno dei parabalani, Ammonio, lo ferì gravemente, colpendolo in testa con una pietra. Questo sicario venne processato secondo la legge e lasciato morire sotto tortura. Quindi Cirillo ne fece collocare il corpo in una chiesa, ne cambiò il nome in Thaumasios (ammirevole) e lo encomiò quale martire della religione cristiana. Sembra prefigurare il bandito della Magliana sepolto con i pii prelati. Nel 415 l’impero d’Oriente era retto da Pulcheria, figlia di Arcadio e nipote di Teodosio: ebbene costei era alleata di Cirillo. Ciò nondimeno “i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da Ipazia”, racconta Damascio. Cirillo bruciava di odio implacabile.
Vediamo la morte di Ipazia. Tornano in azione le squadracce che avevano tentato di uccidere Oreste. “Siccome ella si incontrava spesso con Oreste, l’invidia mise in giro la calunnia che fosse lei a non permettere che il prefetto si riconciliasse con il vescovo. Allora alcuni uomini infiammati si appostarono per sorprendere la donna mentre tornava a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa denominata Cesario.
Qui, strappatale la veste, la uccisero con dei cocci (ostrákois). Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, cancellarono ogni traccia di lei con il fuoco”. Fu attuata una forma inaudita, violentissima, di ostracismo. “Questo-conclude Socrate Scolasticoprocurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria ”. Un biasimo santo che si rinnova con il film Agorà. Con l’assassinio di Ipazia si chiuse un’epoca. Oramai i templi degli dèi e della cultura pagana, in primis il Serapeo con le sue biblioteche, erano stati distrutti, oppure snaturati come il Cesario trasformato in cattedrale cristiana, e Alessandria era stata svuotata della sua vita culturale, privata dei suoi studiosi, ammazzati o costretti alla fuga.
Ipazia, la congiura dei mediocri
In attesa di Agorà, ecco chi era la filosofa che diresse la scuola neoplatonica
Era ascoltata dal popolo e consultata dai potenti: per questo fu uccisa
di Giovanni Ghiselli
Sta per uscire Agorà, il film di Amenábar su Ipazia, una donna di grande levatura uccisa nel 415 d. C. da monaci fanatici detti parabalani, un’orda sanguinaria istigata al massacro dal vescovo Cirillo di Alessandria d’Egitto. Aspettando l’opera cinematografica, scopriamo chi era questa martire del pensiero. Utilizzerò fonti antiche: la Storia Ecclesiastica di Socrate Scolastico, le Epistole di Sinesio, un discepolo di Ipazia, neoplatonico e pure cristiano illuminato, che divenne vescovo di Tolemaide e morì poco prima di lei, rimpiangendone lo “spirito divinissimo”, poi un epigramma di Pallada, un maestro allontanato dalla scuola in quanto non cristiano, tutti contemporanei di Ipazia. Inoltre, la Vita di Isidoro di Damascio, ultimo scolarca dell’Accademia neoplatonica di Atene, fatta chiudere da Giustiniano nel 529. Gli autori sono concordi nel presentare Ipazia come intelligente, bella, generosa. All’inizio del V secolo Alessandria era un centro commerciale e culturale tra i più importanti dell’impero romano d’Oriente e pure una città turbolenta per la presenza di tre gruppi religiosi che si facevano guerra: ebrei, cristiani e pagani. Ma vediamo i testi a partire dall’epigramma di Pallada: “Quando ti osservo, mi prostro davanti a te e alle tue parole,/vedendo la casa astrale della vergine,/infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto/Ipazia sacra, bellezza delle parole,/astro incontaminato della cultura”. Ipazia nacque intorno al 370. Suo padre Teone le insegnò le scienze matematiche. La discepola divenne presto più brava del maestro. Diresse la scuola neoplatonica. Era ascoltata dal popolo e consultata dai potenti per la magnifica libertà di parola, per il fatto che era dialettica nei suoi discorsi e per le sue competenze matematiche, geometriche, astronomiche e filosofiche. Per tali motivi suscitò invidia, l’anima della congiura dei mediocri contro l’individuo eccezionale. La mente del complotto era Cirillo: la venerazione e il prestigio che pretendeva come capo della religione vincente, andavano a una pagana, a una femmina! Il rancore divenne pernicioso, per Ipazia, quando l’iniquo prelato vide una ressa di uomini davanti alla casa di lei. Motivi sessuali non c’erano: Damascio racconta che la donna era vergine, sebbene facesse innamorare molti, e, addirittura, a un uomo malato d’amore, “gettò una delle pezze usate per il mestruo e gli disse: questo tu ami, giovane, niente di bello”. Cirillo “si rodeva a tal punto che tramò la sua uccisione, fra tutte la più empia”. Si può dire di Ipazia quanto P. B. Shelley scrisse dell'eroina di Sofocle: “Che sublime ritratto di donna! Alcuni fra noi, in una precedente esistenza, si sono innamorati di un'Antigone: ecco perché non troveranno mai completa soddisfazione in un legame mortale!”.
Ma torniamo ad Alessandria. Negli anni precedenti l’imperatore Teodosio “il Grande” aveva fatto distruggere gli edifici ellenici del culto e della cultura, e aveva promosso una serie di provvedimenti giuridici avversi al paganesimo. Teofilo, vescovo della città dal 385 al 412, un uomo violento, aveva eseguito con sadica sollecitudine, e Cirillo ne fu il degno erede e prosecutore, fino alla morte (444). Quindi venne proclamato Santo e Padre della Chiesa. Costui detestava Ipazia che parlava nell’agorá, liberamente, culturalmente e politicamente. Il suo magistero rappresentava una resistenza alla volontà di cancellare il pensiero e l’arte dei Greci. Il vescovo non sopportava che Ipazia fosse la stella polare per tanti, a partire dal prefetto augustale Oreste, odiato anche lui dalla gerarchia ecclesiastica al punto che uno dei parabalani, Ammonio, lo ferì gravemente, colpendolo in testa con una pietra. Questo sicario venne processato secondo la legge e lasciato morire sotto tortura. Quindi Cirillo ne fece collocare il corpo in una chiesa, ne cambiò il nome in Thaumasios (ammirevole) e lo encomiò quale martire della religione cristiana. Sembra prefigurare il bandito della Magliana sepolto con i pii prelati. Nel 415 l’impero d’Oriente era retto da Pulcheria, figlia di Arcadio e nipote di Teodosio: ebbene costei era alleata di Cirillo. Ciò nondimeno “i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da Ipazia”, racconta Damascio. Cirillo bruciava di odio implacabile.
Vediamo la morte di Ipazia. Tornano in azione le squadracce che avevano tentato di uccidere Oreste. “Siccome ella si incontrava spesso con Oreste, l’invidia mise in giro la calunnia che fosse lei a non permettere che il prefetto si riconciliasse con il vescovo. Allora alcuni uomini infiammati si appostarono per sorprendere la donna mentre tornava a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa denominata Cesario.
Qui, strappatale la veste, la uccisero con dei cocci (ostrákois). Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, cancellarono ogni traccia di lei con il fuoco”. Fu attuata una forma inaudita, violentissima, di ostracismo. “Questo-conclude Socrate Scolasticoprocurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria ”. Un biasimo santo che si rinnova con il film Agorà. Con l’assassinio di Ipazia si chiuse un’epoca. Oramai i templi degli dèi e della cultura pagana, in primis il Serapeo con le sue biblioteche, erano stati distrutti, oppure snaturati come il Cesario trasformato in cattedrale cristiana, e Alessandria era stata svuotata della sua vita culturale, privata dei suoi studiosi, ammazzati o costretti alla fuga.
lunedì 12 aprile 2010
mercoledì 17 febbraio 2010
Avvicinarsi ad Ipazia
Avvicinarsi ad Ipazia
Massimo Fagioli: "Ipazia aveva proposto la ricerca che mirava a realizzare l’identità della donna, e si era fermata alla razionalità greca perché aveva intuito che, nel cristianesimo, non c’era nessuna possibilità di realizzazione per l’umanità della femmina della specie... abbiamo scoperto il senso della parola diverso e sappiamo che quando abbiamo perso la coscienza, il pensiero è immagine diversa dalla veglia e ragione. Ed un volto uguale ma diverso è un’immagine di donna per l’uomo, un’immagine di uomo per il corpo di donna... che va fuori di sé, nell’altro."
Avvicinarsi a Ipazia
Massimo Fagioli: "Ipazia aveva proposto la ricerca che mirava a realizzare l’identità della donna, e si era fermata alla razionalità greca perché aveva intuito che, nel cristianesimo, non c’era nessuna possibilità di realizzazione per l’umanità della femmina della specie... abbiamo scoperto il senso della parola diverso e sappiamo che quando abbiamo perso la coscienza, il pensiero è immagine diversa dalla veglia e ragione. Ed un volto uguale ma diverso è un’immagine di donna per l’uomo, un’immagine di uomo per il corpo di donna... che va fuori di sé, nell’altro."
Avvicinarsi a Ipazia
martedì 16 febbraio 2010
lunedì 8 febbraio 2010
Sulle tombe dei punici dieci anni di guerra fra la storia e il cemento
Sulle tombe dei punici dieci anni di guerra fra la storia e il cemento
Francesca Ortalli
L'Unità 08/02/2010
Ancora una volta è una sentenza del Consiglio di Stato a salvare il paesaggio dalle mani invasive dei costruttori. Stop alle betoniere che stavano devastando una necropoli, una zona unica nel suo genere che proprio dagli amministratori dovrebbe essere tutelata e protetta. Invece capita che in Sardegna, lembo di terra sospeso su uno dei mari pi belli del Mediterraneo, pezzi di territorio comuni siano spesso svenduti o regalati a chi su quei paesaggi mozzafiato, zone archeologiche comprese, vuole semplicemente fare soldi. Era già successo con Cala Giunco, sottratta giusto in tempo ai mega progetti espansionistici dell'imprenditore-editore Sergio Zuncheddu. Ed è successo ancora anche con Tuvixeddu. La storia inizia nel 2000 quando fu firmato l'accordo di programma tra Regione, guidata allora da Mario Floris, il Comune di Cagliari (sindaco Mariano Delogu oggi senatore del Pdl) e l'impresa di Cualbu. Tuvixeddu finiva di essere una necropoli. Qui la Nuova Iniziativa Coimpresa di Gualtiero Cualbu aveva pensato di edificare un complesso residenziale di centocinquantamila metri cubi: al posto delle tombe, palazzine eleganti, fioriere e viali alberati per accontentare gli esigenti clienti. Le betoniere si mettono in moto nel 2006. La chiamarono «riqualificazione ambientale» quell'investimento da settanta milioni di euro che sventrava la colline e devastava le tombe. Lo sfascio è ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Ma la giunta regionale guidata allora da Renato Soru non ci sta. Con una delibera urgente blocca i lavori senza troppi complimenti: quel paesaggio va tutelato, non ci sono accordi di programma che tengano. Da lì inizia un lungo braccio di ferro legale con la Nuova Iniziativa Coimpresa. Interviene il mondo della cultura, lo stesso Giovanni Lilliu supplica la politica di salvare quel colle simbolo della storia antica di tutti i sardi. Cualbu non sente ragioni: c'è un accordo di programma firmato e sottoscritto e quindi si va avanti. Il 25 agosto del 2008 arrivano anche il nullaosta paesaggistico da parte del Comune (guidato da Emilio Floris, Pdl). È il settembre del 2008 quando il TAR sancisce il diritto dell'imprenditore a costruire sul quella zona e respinge la delibera con la quale la giunta Soru aveva stoppato le ruspe. Ma il dodici settembre dello stesso anno l'allora Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Sardegna, Fausto Marino annulla l'autorizzazione concesse dal Comune. Altro ricorso al Tar fino alla sentenza n. 00542 del 20 aprile 2009: Cualbu e il Comune di Cagliari avevano ragione. Per Tuvixeddu sembra arrivata la fine. La Soprintendenza però non si arrende e ricorre al Consiglio di Stato. Che, finalmente, con sentenza definitiva e quindi inappeliabile, da ragione alla Soprintendenza. Nel frattempo nell'aprile del 2009 la procura di Cagliari apre due fascicoli. Nel primo, l'ex governatore della Regione Renato Soru e l'ex assessore ai lavori pubblici Carlo Mannoni sono indagati per abuso d'ufficio per l'affidamento diretto all'architetto francese Gilles Clement del progetto di riqualificazione di tutta l'area. Il secondo invece, vede indagati lo stesso Gualtiero Cualbu insieme all'ex sovrintendente ai beni archeologici Vincenzo Santoni, e alla figlia Valeria Santoni, con le accuse di falso e concorso in abuso d'ufficio. Nei giorni scorsi il pm Daniele Caria ha chiesto l'archiviazione di tutti gli indagati tranne che per Vincenzo Santoni. Nelle oltre venti pagine della relazione, il pm Daniele Caria getta alcune ombre sulle decisioni dell giudici del Tar. In buona sostanzaL la tutela del paesaggio è di competenza esclusiva dello Stato e quindi U'accordo del duemila poteva essere cancellato alla luce dei fatti nuovi. Il Tar inoltre aveva deciso solo sulla base delle dichiarazioni di Santoni che negava qualsiasi ritrovamento significativo a partire dal 97. Falso, come risulta dalle relazioni della funzionaria Donatella Salvi (mille ritrovamenti negli ultimi anni). Per Caria quindi il silenzio di Santoni servì per aiutare la figlia alle dipendenie di Cualbu. Sorti e Mannoni invece con la riqualificazione dell'area avevano un altro obiettivo; quello di tutelare un bene comune. Cosa rara, a quanto pare, da dover essere messa nera su bianco.
Francesca Ortalli
L'Unità 08/02/2010
Ancora una volta è una sentenza del Consiglio di Stato a salvare il paesaggio dalle mani invasive dei costruttori. Stop alle betoniere che stavano devastando una necropoli, una zona unica nel suo genere che proprio dagli amministratori dovrebbe essere tutelata e protetta. Invece capita che in Sardegna, lembo di terra sospeso su uno dei mari pi belli del Mediterraneo, pezzi di territorio comuni siano spesso svenduti o regalati a chi su quei paesaggi mozzafiato, zone archeologiche comprese, vuole semplicemente fare soldi. Era già successo con Cala Giunco, sottratta giusto in tempo ai mega progetti espansionistici dell'imprenditore-editore Sergio Zuncheddu. Ed è successo ancora anche con Tuvixeddu. La storia inizia nel 2000 quando fu firmato l'accordo di programma tra Regione, guidata allora da Mario Floris, il Comune di Cagliari (sindaco Mariano Delogu oggi senatore del Pdl) e l'impresa di Cualbu. Tuvixeddu finiva di essere una necropoli. Qui la Nuova Iniziativa Coimpresa di Gualtiero Cualbu aveva pensato di edificare un complesso residenziale di centocinquantamila metri cubi: al posto delle tombe, palazzine eleganti, fioriere e viali alberati per accontentare gli esigenti clienti. Le betoniere si mettono in moto nel 2006. La chiamarono «riqualificazione ambientale» quell'investimento da settanta milioni di euro che sventrava la colline e devastava le tombe. Lo sfascio è ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Ma la giunta regionale guidata allora da Renato Soru non ci sta. Con una delibera urgente blocca i lavori senza troppi complimenti: quel paesaggio va tutelato, non ci sono accordi di programma che tengano. Da lì inizia un lungo braccio di ferro legale con la Nuova Iniziativa Coimpresa. Interviene il mondo della cultura, lo stesso Giovanni Lilliu supplica la politica di salvare quel colle simbolo della storia antica di tutti i sardi. Cualbu non sente ragioni: c'è un accordo di programma firmato e sottoscritto e quindi si va avanti. Il 25 agosto del 2008 arrivano anche il nullaosta paesaggistico da parte del Comune (guidato da Emilio Floris, Pdl). È il settembre del 2008 quando il TAR sancisce il diritto dell'imprenditore a costruire sul quella zona e respinge la delibera con la quale la giunta Soru aveva stoppato le ruspe. Ma il dodici settembre dello stesso anno l'allora Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Sardegna, Fausto Marino annulla l'autorizzazione concesse dal Comune. Altro ricorso al Tar fino alla sentenza n. 00542 del 20 aprile 2009: Cualbu e il Comune di Cagliari avevano ragione. Per Tuvixeddu sembra arrivata la fine. La Soprintendenza però non si arrende e ricorre al Consiglio di Stato. Che, finalmente, con sentenza definitiva e quindi inappeliabile, da ragione alla Soprintendenza. Nel frattempo nell'aprile del 2009 la procura di Cagliari apre due fascicoli. Nel primo, l'ex governatore della Regione Renato Soru e l'ex assessore ai lavori pubblici Carlo Mannoni sono indagati per abuso d'ufficio per l'affidamento diretto all'architetto francese Gilles Clement del progetto di riqualificazione di tutta l'area. Il secondo invece, vede indagati lo stesso Gualtiero Cualbu insieme all'ex sovrintendente ai beni archeologici Vincenzo Santoni, e alla figlia Valeria Santoni, con le accuse di falso e concorso in abuso d'ufficio. Nei giorni scorsi il pm Daniele Caria ha chiesto l'archiviazione di tutti gli indagati tranne che per Vincenzo Santoni. Nelle oltre venti pagine della relazione, il pm Daniele Caria getta alcune ombre sulle decisioni dell giudici del Tar. In buona sostanzaL la tutela del paesaggio è di competenza esclusiva dello Stato e quindi U'accordo del duemila poteva essere cancellato alla luce dei fatti nuovi. Il Tar inoltre aveva deciso solo sulla base delle dichiarazioni di Santoni che negava qualsiasi ritrovamento significativo a partire dal 97. Falso, come risulta dalle relazioni della funzionaria Donatella Salvi (mille ritrovamenti negli ultimi anni). Per Caria quindi il silenzio di Santoni servì per aiutare la figlia alle dipendenie di Cualbu. Sorti e Mannoni invece con la riqualificazione dell'area avevano un altro obiettivo; quello di tutelare un bene comune. Cosa rara, a quanto pare, da dover essere messa nera su bianco.
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